Ieri sul mio feed di Facebook (che è un feed barbaro e casuale visto che in questi anni ho accettato qualsiasi richiesta di amicizia e non ne ho mai mandata nessuna) andava per la maggiore un filmato di una tizia che si è fatta male facendo la spaccata in TV. Ricordo quell’immagine per una ragione molto semplice: perché nell’assortimento casuale delle news su Facebook la soubrette in spaccata era accanto, in due momenti differenti, a due delle foto più terribili fra quelle che ho visto negli ultimi mesi. In una il portellone semiaperto di un camion su una strada austriaca mostrava una pila di corpi senza vita; nell’altra, in una sequenza di immagini da fermare il cuore, un bambino morto annegato col pannolino indosso era al centro di una foto notturna nel bagnasciuga di una spiaggia qualsiasi.
È da ieri che penso a quelle immagini e – davvero – sono arrabbiato e confuso. Soprattutto sono confuso. Non ve le mostrerò, forse le avete viste, forse non volevo vederle nemmeno io. Oppure forse sì. Nemmeno questo so. Mentre l’altra, la terza, la foto della tizia che fa la spaccata e si fa male serve solo a marcare un confine ripidissimo che abbiamo di fronte ogni giorno.
Ci occupiamo contemporaneamente di cose irrilevanti ed importantissime. Ognuno di noi le mette in fila come crede ma la noncuranza con la quale ormai passiamo dal riso al pianto è uno degli aspetti fastidiosi della nostra presenza on line. Tutto scivola velocissimo, fino al film della prossima tragedia o alla prossima stronzata virale e ridanciana. Come capita spesso Internet non inventa nulla, ma la velocità della rete distorce il racconto sentimentale. Ci trasforma nostro malgrado in una mandria di insensibili digitali, anche se a noi non sembra, anche se non lo siamo. Eppure quel racconto è altrettanto falso rispetto a quello precedente nel quale tutto rimaneva celato.
Un dio cattivo mescola la spaccata della soubrette alla foto del bimbo annegato col pannolino e chissenefrega se qualche esperto digitale verrà rapidamente a spiegarmi come fare per non incorrere in simili inconvenienti tecnici da principiante. Tanto questo accade continuamente, un mondo orribile e insensato bussa ogni giorno alla nostra porta con maggior vigore di un tempo: la nostra risposta è un mix di voyerismo, sensi di colpa, desiderio di rivolta, sincera voglia di dare una mano. Niente di tutto questo è interamente sano. Io sinceramente questa sera non so bene cosa sia giusto fare.
Ignorare o condividere le foto dell’orrore? Fare finta che non esistano o parlarne con tutti? Tenere la contabilità dei morti o guardare la partita? Sposare un’idea di emergenza continua o abbandonarsi alla routine del dramma che scorre incessante di fronte ai nostri occhi?
Ho visto troppe foto terribili in questi giorni: sono talmente stanco di vederle da biasimere anche la sola esistenza di questo occhio perpetuo che riprende tutto ovunque, che accende i click dei fotografi un istante dopo ogni tragedia; ma sono anche stanco del senso di impotenza che quelle immagini mi trasmettono, della zona di confort dalla quale trasmetto come un Salvini qualsiasi. Vorrei fare qualcosa, come si diceva una volta senza tanti cazzi. Facciamo qualcosa. Ma cosa. Ma poi possiamo? E cosa? Ditemelo voi che io non lo so.
Agosto 29th, 2015 at 22:54
Non ti sfiora neppure la tentazione di un gesto di ribellione? Parlo del negare ogni commento a questo generale impazzimento, tirarsi fuori dal flusso che trascina via tutto. Punire l’osceno frastuono che assorbe e rende indistinguibili sangue e merda, lacrime e sberleffi, con un nobile, sdegnato silenzio. No, eh?
Agosto 29th, 2015 at 22:58
è quello che non ho mai capito del tuo blog, vertiginoso, passare dalle facezie all’orrore del cadavere usato come polemica politica. Boh, schizofrenico, e son d’accordissimo con la tua analisi, terzo capoverso da incorniciare
detto questo non so nemmeno io
Luttazzi nel 2006 chiuse all’improvviso un blog seguitissimo con la promessa di riaprirlo dopo dieci anni
con questa motivazione
“La forma blog tende a creare un fenomeno massa più leader – dice con il consueto ritmo travolgente di parole -, tende a dare potere a chi gestisce la vicenda e a condizionare i contenuti e il modo in cui questi vengono ricevuti. E siccome la satira è contro il potere, si uccide la satira dandole potere. Nel momento in cui il blog fa questo, indipendentemente dalla tua volontà, a quel punto è opportuno chiudere il blog. Io dico sempre: la vita preme, quindi è opportuno chiudere e uscire. Se la tv è un narcotico, il blog può essere un ipnotico potentissimo, siamo rinchiusi nelle nostre casette e non facciamo nulla. Conviene spegnere e uscire e incidere nel reale. E’ molto meglio”.
Agosto 29th, 2015 at 23:16
@Luigi, servirebbe? o non sarebbe invece un’occasione perduta?
Agosto 29th, 2015 at 23:37
Sai Mante c’è stato un tempo in cui nei libri di giornalismo lo si è chiamato mielismo, quel mettere insieme cronaca alta e bassa fin dalla prima pagina. Non ho elementi per giudicare quanto Mieli sia stato solo intuitivo, quanto fosse cavalcare lo Zeitgeist e quanto rendersi conto, diciamo che ho le mie opinioni, ma anche che quella del Corriere è stata una bella stura. Oggi se dici colonnino destro tutti pensano a Repubblica, ma le primogeniture sono tante e diverse. E insieme a un sacco di Internet che aggrega e fa traffico han fatto il danno.
Lo so che hai letto Franzen, quel bel libro che è Come stare soli, non devo certo venire io a consigliartelo.
Agosto 30th, 2015 at 01:40
[…] e a tentare di farmi un’idea delle cose. Come stasera, quando ho letto la riflessione di Massimo Mantellini nella quale ho ritrovato un disorientamento simile al […]
Agosto 30th, 2015 at 02:45
Non so se valga in generale.
So che quando ero in ospedale a quattordici anni e a sere alterne rischiavo di morire, l’unica cosa che mi seccava in quella festa notturna improvvisata era non poter bere la cocacola per colpa delle mie medicine mentre la vicina di letto raccontava dei suoi amanti di gioventù.
So che rido ancora oggi come a diciannove anni quando penso al dottore che commenta la mia fotosensibilità da chemioterapia (cinque minuti al sole, ero di un bel colore viola) con un sonoro e poco professionale “oh cazzo!” seguito da cinque minuti di scuse mentre vaga per un reparto deserto alla ricerca del cortisone.
Ovviamente parlo per me, e per disavventure personali. Ma l’illusione della tragedia che distrugge tutto è – appunto – un’illusione; in qualche modo disumana e pericolosa, sospetto.
Agosto 30th, 2015 at 07:16
Già fai, vedi questo post e molti altri prima di questo, e il senso di un impegno nel cercare di comprendere la complessità e di rendere chi ti segue e noi tutti disponibili a interrogarsi e indisponibili a desensibilizzarsi.
Il mio punto di partenza sul grande minestrone emozionale è esattamente questo tuo post. Come te non ho idea da dove si possa partire per fare di più. Sto cercando percorsi alternativi e rotte in disgonale, spero che in questo personalissimo quasi solipsistico peregrinare mi giunga qualche lampo di chiarezza. Il primo passo per me, come suggeriva qualcuno, è stato spegnere il computer. E non è detto che sia una bella cosa. Ma quel minestrone ci fa male, e forse e molto peggio. Per quello ho pensato di ripartire dal tasto Off.
Agosto 30th, 2015 at 09:53
Subito ho pensato che hai ragione, che barbarie Facebook, e dico Facebook perché è ormai un po’ diventato il portale collettore di accesso alla rete e alle notizie. Ma poi mi ha attraversato un pensiero, peraltro elementare. Che la rete non distorce. Al contrario: la rete ci presenta una immagine più fedele della realtà di quella a cui eravamo (siamo stati) abituati prima. Una realtà in cui facezie ed orrore e tutto lo spettro nel mezzo (e i commenti di tutto il vicinato) accadono mescolandosi ogni secondo nel mondo. Ed il feed di Facebook è ancora un bradipo rispetto alla velocità e alla contemporaneità della realtà. Il problema non è la rete. Il problema siamo noi, che non siamo progettati per gestire la capacità informativa della realtà.
Agosto 30th, 2015 at 12:07
Per continuare e quell’abbozzo di pensiero che ho messo sotto il tuo pezzo, che io continuo a interpretare come una domanda se possibile ancora più grande, ovvero -a cosa serve la cultura?, la differenza è che oggi Mieli siamo noi. Siamo anche un po’ Iene un po’ Striscia e Drive In e Non è la Rai e Marco Giusti, quindi forse bisognerebbe mettersi d’accordo anche su cosa si intende per cultura e cosa per spettacolo, cosa che non abbiamo mai fatto preferendo far levitare i clic, che siano quelli del primo portale di news o del nostro miserabile account. Abbiamo introiettato un marketing, più che un punto di vista.
Perciò sì, un buon libro può ancora aiutare.
(va bene anche un e-book)
Agosto 30th, 2015 at 12:10
Io non ho visto nessuna di quelle tre foto. Centrerà forse con il fatto che non sono iscritto a Facebook?
Agosto 30th, 2015 at 13:25
Hai presente quel detto orientale che il terreno del mondo è pieno di asperità, noi non possiamo cambiarlo tutto, e l’unica cosa che possiamo fare per non ferirci è evitare di camminare scalzi e indossare dei sandali? Ecco, intanto chiudi il tuo account Facebook.
Agosto 30th, 2015 at 15:08
cosa possiamo fare? farsi crescere un po’ di pelo sullo stomaco è un possibilità, l’altra è uscire da FB/Twitter e compagnia.
Agosto 30th, 2015 at 18:16
Evitare di nutrire la bestia.
Quella vera.
Agosto 30th, 2015 at 18:35
Io non rido mai di questi tempi, al massimo sorrido. Non mi piace denigrare internet, perchè vedo che è molto usato. Evidentemente
è diventato importante. Corrono questi tempi e poi si vedrà che altro uscirà e ci proporranno, se la maggior parte se lo potrà permettere! Non sono andata a cercare le orribili foto di cui parla. Me le immagino, anche se non vorrei. La cosa certa è che siamo manovrati da forze occulte, che siamo immersi in un mare limaccioso di business. Non mi è capitato finora di leggere o ascoltare un’approfondita analisi di questi esodi ‘pilotati’. Perchè non si fa? Vorrei essere più giovane per mettermi in cammino e vedere, capire con i miei occhi…
Agosto 31st, 2015 at 06:55
Se vuoi usare bene un social network usalo bene! Ti debuttato tu con la faccia nella spazzatura. Elimina gli ignoti e tieni i tuoi pochissimi amici veri con cui potrai realmente avere scambi. Il mondo non è terrificante. Come lo usi fa emergere la differenza.
Agosto 31st, 2015 at 07:00
Ti sei buttato tu con la faccia nella spazzatura…errata corrige
Agosto 31st, 2015 at 10:37
L`orrore viene da lontano, e precisamente da quando qualcuno ha cominciato a trovare divertenti i video in cui c`e` chi si fa male, e forse da un bel po prima.Bisogna muoversi a tastoni perche` la luce inizia a scarseggiare e i cancelli dell`inferno sono aperti
Agosto 31st, 2015 at 10:59
La mia impressione è che come individui abbiamo una capacità finita e limitata di sviluppare risposte emotive. La limitazione spaziale delle possibili interazioni costituisce una soglia naturale alla stimolazione emotiva in cui scattano i meccanismi di empatia e compassione. Anche prima di internet, e già con la carta stampata questa soglia era stata infranta. Come individui non siamo in grado di elaborare una risposta empatica a tutte le vicende del mondo che ci arrivano dai giornali. Televisione e successivamente internet hanno esasperato ulteriormente questo divario fra stimoli emotivi e nostra capacità di risposta empatica. Ogni sistema biologico se stimolato oltre i limiti fisiologici si “snatura”. Come se ne esce? Ovviamente non ho una risposta. Tuttavia credo sia sbagliato mirare a mantenere la capacità di una risposta emotiva che indirizzi tutti gli stimoli che possono convogliare internet, televisioni e giornali. Potrebbe essere utile anche iniziare ad educare a limitare il “click” compulsivo e voyeuristico.
Agosto 31st, 2015 at 12:05
Non sono convinto che sia meglio spegnere tutto. Mi sembra di ficcare la testa sotto la sabbia. Secondo me bisogna stare attenti e commentare esprimendo le proprie idee, come diceva un eroe dei nostri giorni, “restando umani”. Sentire le disgrazie degli altri come le proprie è la prima mossa per fare qualcosa che serva a cambiare questa situazione. Cambiare noi stessi facendo una grande rivoluzione interiore che darà i suoi risultati nella società. Perché come diceva Goethe: “Non c’è niente fuori che non sia dentro”.
Agosto 31st, 2015 at 14:45
Come si fa per non incorrerci?
…”Un dio cattivo mescola la spaccata della soubrette alla foto del bimbo annegato col pannolino e chissenefrega se qualche esperto digitale verrà rapidamente a spiegarmi come fare per non incorrere in simili inconvenienti tecnici da principiante.”
Agosto 31st, 2015 at 16:45
1) Scegliere migliori “amici” su Facebook.
2) Esiste una opzione “see fewer posts like this”. Io la uso generosamente e i risultati si vedono.
3) Sforzarsi di non cliccare su evidenti clickbait.
Questa spazzatura impazza perche’ produce click e relativi guadagni pubblicitari. No click, no party.
Mi rendo conto che non risolve il problema aggregato, ma servirebbe un modello alternativo per fare soldi con i contenuti non legato solo e soltanto alle visualizzazioni. Qualcuno ci sta provando, vedremo come va a finire.
Settembre 1st, 2015 at 13:28
Mi ricordi Kurtz… “L’orrore! L’orrore!”
Settembre 1st, 2015 at 18:49
Mante, hai lo stesso mio problema, a cui io devo aggiungere una fottutissima memoria eidetica che scatena anche a distanza di anni emozioni violente. Per farti un esempio, non riesco ad ascoltare nemmeno l’intro di “Tears in heaven” di Eric Clapton che le retine mi si riempiono dell’immagine del figlio che cade dal grattacielo…
Mi sono cancellato da Facebook proprio per questo, l’incontrollabilità del feed è – almeno per me – il male assoluto e non riesco (e non voglio nemmeno) starci a combattere.
Settembre 2nd, 2015 at 18:49
Concordo in pieno, ho visto le foto della spaccata e sono proprio terribili. Non dovrebbero circolare.