Mi è capitato spesso – i miei amici ne sono testimoni – di lamentare il trattamento economico di quello che è stato il mio lavoro negli ultimi 35 anni. Il mio stipendio – ho ripetuto spesso – è rimasto per tutto il mio periodo lavorativo simile a quello di quando iniziai. A quelli che – incredibilmente ho amici che mi sopportano – timidamente mi facevano notare che certo è così, ed è una vergogna tutta italiana che ha riguardato tutti, MA che COMUNQUE non era il caso mi lamentassi troppo perché era un buono stipendio, rispondevo ogni volta che indubbiamente avevano ragione, ma se lo si paragonava a quello di chi faceva il mio stesso lavoro in Germania o in Francia la differenza (al netto dell’immobilità retributiva italiana degli ultimi 30 anni) era molto importante. Io ho molte maniere per rendermi fastidioso.
Quella differenza diventava abissale se il paragone lo si tentava con chi avesse fatto il mio stesso lavoro nelle generazioni precedenti alla mia. Vent’anni fa – mi disse una volta un collega più anziano quando io ero ancora alle prime armi – le retribuzioni erano talmente buone che con i primi tre stipendi ci si comprava la casa. E chissà poi se era vero: in ogni caso io quella frase non l’ho mai dimenticata.
Una sola cosa non ho mai fatto al riguardo di questo argomento. Non ne ho mai parlato in pubblico. Erano cose che pensavo, che per la verità tuttora penso, ma nonostante io sia stato per qualche decennio anche uno che scriveva in pubblico e che spesso scriveva degli affari suoi, non ho mai toccato un simile tema. Non l’ho fatto per una banale questione di personale sensibilità. Non mi sembrava il caso di lamentarmi. Conosco il Paese in cui vivo, so di essere stato molto fortunato, so perfettamente che razza di luogo affondato sia l’Italia, vedo – specie negli ultimi anni – le grandi difficoltà economiche di sempre più persone, soprattutto dei giovani, per i quali siamo passati da una situazione di “mi spiace ma non c’è lavoro” a “certo, c’è lavoro ma è un lavoro di merda”. La disoccupazione forse cala (il governo esulta) ma il disagio no.
Ho fatto questa lunga premessa per commentare una discussione molto viva in rete in questi giorni, quella attorno ad un articolo pubblica su Lucy da parte di una ricercatrice dell’Università di Milano che si chiama Camilla Burelli.
Burelli ha fatto l’errore che io non ho mai fatto e che nessuno dovrebbe fare. Lo ha fatto con toni certamente discutibili e fastidiosi, non discuto, ma la sostanza del suo ragionamento è banale: i privilegi della classe medio-alta sono da tempo in via di ampia riduzione. Anche le relazioni, che in questo Paese come è noto sono tutto, non sembrano più in grado di garantire quanto garantivano prima in termini di reddito, prestigio professionale e individuale, spazi di manovra.
Apriti cielo.
Ovviamente il tono con cui è scritto l’articolo gioca un ruolo di innesco molto importante, così come conta – credo – il fatto che l’autrice svolga una professione intellettuale. Questo per due ragioni: perché il lavoro culturale in Italia vive una crisi perfino superiore a quello di altre professioni e quindi scatena emozioni ulteriori a quella della semplice assenza di lavoro (molti dei commenti più aspri vengono da precari dell’industria culturale), e perché continua ad essere diffusamente percepito, da molti strati della popolazione, come un lavoro privilegiato che “produce” poco e stanca ancor meno.
Il risultato di quel pezzo è stata una vasta insurrezione pubblica che si è sparsa talmente tanto da arrivare perfino a me e che ha coinvolto a cascata l’autrice, il direttore del giornale che l’ha pubblicata (curiosamente una rivista culturale di nicchia) e piano piano l’universo mondo.
Capita sempre più spesso: è come se questo Paese avesse bisogno di una scusa per esplodere, per urlare il disagio che prova, il dolore che tiene nascosto, l’insoddisfazione che ogni giorno cresce dentro le persone.
L’articolo di Burelli dice sostanzialmente una sola cosa: che questo movimento franoso che riguarda l’economia ma anche l’essenza stessa del lavoro, interessa oggi sempre più persone, anche quelle che un tempo erano protette e privilegiate (magari ingiustamente privilegiate perché anche questo è un tema, il tema del libero accesso del cretino ai piani alti in una società che utilizza criteri tutti suoi per decidere chi possa emergere) e che questa frana è una frana che ha a che fare con la parte più intima di ciascuno di noi. Quello che l’autrice non dice, forse perché non se ne rende conto – è che i disagi di chi deve rinunciare a qualcosa e quelli di chi lotta per sopravvivere, magari ad un solo grado di separazione dal suo stesso lavoro, non possono essere paragonabili.
Come accade spesso se proviamo ad immaginare la rete come un grande ipertesto, l’insieme complessivo di quell’articolo e di tutte le reazioni che ha scatenato disegna con buona precisione l’Italia dei diseredati che siamo.







