
Qualche giorno fa ho messo su FF questo screenshot sui suggerimenti di Google alla ricerca “Come si fa”. Oggi, Dario Savelli mi segnala che per una strana casualità, è uscito questo articolo dell’Ansa sul medesimo esatto argomento con intervista ad un simpatico psichiatra che mi e’ capitato di ascoltare anche questa mattina presto su Radio Capital. Non è mia intenzione rivendicare alcunchè ma solo far notare -pacatamente - che non è per nulla vero che la ricerca “Come si fa l’amore” sia la domanda Top su Google. Nemmeno un po’.
Oggi pomeriggio ho visto alcuni spezzoni della diretta di Capitale Digitale dalla Camera dei Deputati. Ho sentito alcune cose e me ne sono perse altre.
Ho sentito Fini dire parole ragionevoli sulla rete e appoggiare la candidatura di Internet al Nobel per poi fuggire dall’interessantissimo consesso appena non visto.
Ho sentito Lessig dire che da giovane era un fan di Reagan.
Ho sentito Lessig dire che opporsi a Internet e’ fare una guerra contro i nostri figli (e mi sono scoperto a far si’ con la testa).
Ho sentito Bernabe’ dire che la reputazione in rete e’ importante.
Ho visto Quintarelli con la giacca nonche’ la cravatta.
Ho sentito Gentiloni parlare male delle censura in rete (lui che quando era Ministro ha introdotto le blacklist dei DNS).
Ho sentito Riccardo Luna celebrare i twit dei mille twittatori che twittavano la conferenza.
Ho sentito Gentiloni parlar male di chi cita sempre la pedofilia su Internet (lui che quando era Ministro ha firmato la legge contro la pedofilia sul web).
Ho sentito il Vice Ministro Romani dire che su Youtube ci sono le Craiglist e chissa’ cosa intendeva dire.
Ho sentito il Vice Ministro Romani dire che la sentenza contro Google hanno fatto bene.
Ho sentito il Vice Ministro Romani parlare di cose che non conosce e purtroppo si capiva anche troppo bene.
Oggi il Vice Ministro Romani ha discusso di Banda Larga durante il convegno che si e’ tenuto a Roma alla Camera dei Deputati e si deve essere dimenticato di dire che i fondi della banda larga saranno finalmente sbloccati. Solo che, secondo il Corriere, serviranno anche e soprattutto a qualcosa d’altro.
BANDA LARGA - Via libera poi agli 800 milioni di euro per la banda larga, ma con quelle risorse verranno finanziate non solo le reti di comunicazione elettronica ma una serie di altre misure. Oltre al potenziamento delle infrastrutture per la banda larga, gli 800 milioni del Fondo per le aree sottoutilizzate serviranno anche per «la realizzazione di una unità navale per il soccorso alle popolazioni colpite da calamità naturali», «per il sostegno del made in Italy» e per la prosecuzione di interventi per promuovere l’alta tecnologia.
E’ orribile dirlo ma “A Bondi quel che è di Bondi”. L’accordo fra Google ed il Ministero dei Beni Culturali per la digitalizzazione di un milione di testi della Biblioteca Nazionale è una buona notizia.
(via repubblica.it)
C’è una misura deprimente nelle citazioni e nella considerazione della rete da parte di molti giornalisti televisivi italiani. Qualche settimana fa ho ascoltato in una intervista radiofonica Michele Santoro che, furibondo in occasione della serrata elettorale del suo programma, sparava ad Alzo Zero sulla politica e sulla Rai, con progetti bellicosi del tipo “non so, faremo qualcosa in radio, andremo magari su Internet”. Oggi e’ il turno di Enrico Mentana che domani debutta sul sito del Corriere con un web show politico che gia’ dal titolo “MentanaCondicio” si fa beffa della legge dello stato e che - sembra di capire - trasporterà di peso il format del talk show televisivo con politici e giornalisti dentro le scomode stanze del sito web del Corriere. Anche in questo caso il sottotitolo e’ illuminante: “Vietati in TV, liberi sul web” con questa retorica d’accatto della rete libera che se da un lato è semplicemente fastidiosa, dall’altro rischia di estendere anche da queste parti ipotesi normative ed elucubrazioni potenzialmente pericolose. Come se non ce ne fossero già a sufficienza.
Le eventuali provocazioni che hanno originato i fatti sono abbastanza ininfluenti e dominarle dovrebbe in ogni caso far parte del bagaglio minimo di qualsiasi politico. I fatti invece sono che il capo del Governo di questo paese, un signore dal viso travolto dalla chirurgia estetica, gli occhi ormai ridotti a due fessure ed il resto impomatato dai ritocchi piu’ improbabili, si rivolge in pubblico ad un altro signore che non conosce, un signore con pochi capelli in testa come tanti altri, dicendogli:
“Capisco perché lei è cosi, perchè tutte le mattine quando va a pettinarsi davanti allo specchio si vede…”
Poichè tacere ragionevolmente è ormai un talento in disuso Padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, ci informa del fatto che il problema pedofilia è una questione molto più ampia e il concentrare le accuse solo sulla Chiesa porta a falsare la prospettiva. Così sia Malvino che Metilparaben tentano qualche calcolo statistico sul rapporto fra numero di pedofili fra i sacerdoti e fra le altre persone. Tacendo per decoro l’ovvia riprovazione che deriva dalla particolare funzione sociale del sacerdote, i numeri, spannometrici quanto volete, sembrerebbero piuttosto significativi.
I casi di pedofilia acclarata tra i sacerdoti sfiora mediamente il 5 per cento”, scrive Filippo Facci [1], citando fonte degna di fede: il cardinal Hummes, prefetto della Congregazione per il Clero (con successiva conferma di monsignor Tomasi, arcivescovo osservatore della Santa Sede all’Onu). E però – scrive – “le accuse di pedofilia normalmente riguardano una persona su duemila”, cioè il 5 per mille, sicché no, “la pedofilia non è solo nella Chiesa – deduce – ma lo è soprattutto”
EFF è entrata in possesso di una copia del documento che Apple sottopone agli sviluppatori che vogliono scrivere software per iPhone. Si tratta di una versione del marzo 2009 e qui c’e’ l’impietosa analisi legale di Fred Von Lohmann. Ne parla anche Wired.
“If Apple’s mobile devices are the future of computing, you can expect that future to be one with more limits on innovation and competition … than the PC era that came before,”
Ieri su Friendfeed c’è stata una ampia interessante discussione sulla pubblicità online scatenata da un mio usuale borbottio senile (ma ero così anche 10 anni fa) sullo sfondo pubblicitario sponsorizzato da Fineco della homepage di Corriere.it. Ci sono due o tre cose he mi andava di specificare a margine ma prima quoto il punto di vista Paolo Ainio intervenuto ieri nella discussione:
Il trade-off tra la pubblicità e il contenuto redazionale sta nel male e nel bene reciproco. Quanto una testata può “contenere” altro prima di perdere di riconoscibilità e senso nei confronti del lettore che è il valore primario della testata stessa. In questo caso, come in molti altri (anche in casa nostra…) si va molto oltre quello che secondo me conviene sia all’editore (che vuole preservare il suo valore primario) sia all’inserzionista (che in fondo ha lo stesso interesse). Certo molto dipende dal fattore tempo: se il corriere rimanesse così per molte settimane non sarebbe più il corriere, ma se dura tre giorni forse non fa male a nessuno.
E’ così. C’è un equilibrio da immaginare. E il discrimine non può che essere l’interesse del lettore ma anche quello dell’editore stesso. E cosa non vada in quella homepage lo scrive molto bene Marina Ricciardi
(la cornice) ostacola i contenuti “intangibili” marcando “fineco” l’intero corpo pagina. pare che si sono comprati il giornale. ( ) ci sono contenuti come la reputazione e il controllo dell’informazione che si eroga che la cornice minaccia come elemento identitario molto forte
Non c’è insomma solo l’ostacolo alla consultazione del sito (molto spesso la pubblicità web si mette in aperta concorrenza con i contenuti quasi a segnalare il suo predominio sulle ragioni stesse per le quali siamo capitati su quel sito) ma condiziona anche la trasformazione imposta di un oggetto in un altro.
A parità di esposizione pubblicitaria esistono molte differenti maniere per tutelare leggibilità ed identità di un sito web. E più il sito è importante più tale ragionamento non puo’ essere ignorato. Molte delle gradi differenze di impatto fra i grandi siti editoriali italiani e i più prestigiosi siti web esteri risiede nella attenzione a questi temi. Per esempio, sempre a proposito di “identità” non è ozioso domandarsi perchè repubblica.it ieri consentisse due piccole animazioni molto invadenti ed a ciclo continuo, giusto accanto al logo del sito. Vale i soldi guadagnati una concessione del genere? Secondo me no.
Sullo sfondo di simili scelte c’è ovviamente la crisi di un modello economico che fatica a reggersi autonomamente, ma anche, mi pare, le incertezze e una rabbia più ampia che riguarda l’intero ambiente editoriale alle prese con i quotidiani interrogativi sulla propria sopravvivenza.





